RECORDINGS

 

   

Felix Mendelssohn Bartholdy

1.  Adagio-Allegro vivace  7' 53''

2. Adagio non lento   7' 21''

3. Intermezzo - Allegretto con moto - Allegro di molto 4' 36''

4. Presto - Adagio non lento 8' 49''

5.  Tema con variazioni op. 81/1, Andante 5' 37''

6.  Scherzo op. 81/2 3' 31''

7. Capriccio op. 81/3 5' 34''

8. Fuga op. 81/4 5' 26''

Franz Schubert

9. Quartettsatz in c-moll D703 9' 13''

Note complete del libretto e altre informazioni sul cd:

Mendelssohn compose il Quartetto op.13 nel 1827, quando a soli 18 anni, ancora studente a Berlino, annoverava tra le sue composizioni già alcune delle opere strumentali e cameristiche più amate e apprezzate della sua produzione quali l’Ottetto op.20 e l’ouverture A Midsummer Night’s Dream. Noto per la sua cultura, per la sua sensibilità artistica (Felix era anche un ottimo artista in acquarelli) e per il suo amore per la musica del passato (come non ricordare che fu proprio lui, come si sa, a riscoprire l’allora dimenticata opera bachiana e a dare inizio così ai concerti con repertorio non contemporaneo) sembra che con questo quartetto volesse rendere omaggio al compositore più grande e venerato del tempo, Ludwig van Beethoven. L’op. 13 infatti nasce due anni dopo la pubblicazione degli ultimi quartetti beethoveniani e qualche mese dopo la morte dello stesso compositore. Attraverso scelte formali e non celate citazioni (più volte riconosciuti nel primo movimento i debiti all’op.132 e echi anche dell’op.95 nel tempo lento), Mendelssohn, con la raffinatezza e la compostezza che lo distinguono, riesce a creare un’opera originale che sa interpretare e comprendere a fondo lo stile degli ultimi quartetti di Beethoven con la sua frammentazione della forma convenzionale e le frequenti visitazioni ai generi della fuga e della canzone da solista. La prima pagina si apre con la presentazione di un tema unificante, motivo a tre note tratto dalla canzone per baritono e pianoforte “Ist es wahr” di poco precedente, che stabilisce la forma ciclica del quartetto riapparendo dopo l’introduzione dell’Adagio nei successivi quattro movimenti. Il primo tempo, un Allegro nella consueta forma sonata, si fonda su due idee dominanti con una scrittura virtuosistica tipicamente mendelssohniana; il movimento lento rappresenta, come detto, un ulteriore omaggio al maestro tedesco nel suo cantabile d’apertura che si sviluppa poi in una fuga strumentale; il terzo movimento, Intermezzo, si apre con una bellissima melodia di stampo popolare eseguita dal violino e confluisce in una sezione centrale sempre in stile fugato, molto brillante, divertente in un veloce staccato dei quattro archi. L’ultimo movimento introdotto da un intenso ed espressivo recitativo del violino si presenta con un carattere impetuoso e coinvolgente concludendo un’opera che rappresenta senz’altro un momento molto positivo della produzione mendelssohniana, carica di invenzione formale e melodica, con il suo stile virtuosistico mai inutile ma anzi sempre raffinato e orientato ad una musicalità vitale, sensibile e profonda. Ebbe ragione su di lui Robert Schumann nello scrivere: “ …fin dalla nascita, il caso l’aveva battezzato col suo giusto nome: Felice…” riferendosi non solo al carattere spesso gioioso delle sue opere ma soprattutto alla purezza del suo stile e alla spontaneità del suo genio musicale. I brani dell’op.81 nascono come miscellanea individuale in momenti diversi della carriera dell’autore. Fu solo l’editore in tempi postumi a deciderne la loro appartenenza nel 1850 pur distribuendosi nel loro concepimento in venti anni di produzione. Il Tema con variazioni, del 1847, fu l’ultima opera inserita in tale raccolta; lo Scherzo, dello stesso anno, appartiene a quel mondo magico di fate e folletti tipico dell’autore, come nel “Sogno” e in altre sue pagine sembra che la musica si spogli di ogni peso terreno e diventi immateriale come gli elfi che la ispirano; il Capriccio è invece del ’43 e presenta due sezioni distinte e contrastanti, la prima lirica e nostalgica, la seconda con una brillante scrittura fugata; la Fuga è il lavoro più giovanile, contemporaneo dell’op.13, mette in luce, come quest’ultima, la maestria contrappuntistica del giovane Mendelssohn, anticipando, in un clima religioso e malinconico, atmosfere ricorrenti delle composizioni successive.

 

Il disco si conclude con una composizione molto amata di Franz Schubert, il Quartettsatz, un vero capolavoro. Del dicembre 1820, mantiene il fervore lirico del Forellenquintett che lo precede di un anno, corroborato dalle profonde e appassionate qualità della produzione liederistica di quegli anni. Il brano rappresenta come in molti altri casi per l’autore, il primo tempo di un quartetto rimasto incompleto, (dell’Adagio ci sono pervenite solo 40 battute), e fu pubblicato postumo nel 1840. L’atmosfera tesa di queste pagine, accentuata dal frequente uso di tremoli, si alterna alla liberatoria e intensa cantabilità del primo tema; dal do minore d’impianto Schubert sceglie di modulare non alle consuete tonalità vicine ma al La b maggiore, tonalità che dona una luce particolare al tema lirico; dopo uno sviluppo non troppo elaborato, anzichè la tradizionale ripresa, solo verso la fine riappare l’inizio del movimento.

 
 
 
 

Irene Franceschini