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cd_verdi-pucciniSembra perfettamente a suo agio, il Quartetto di Roma, nella luce diurna e sottilmente inquieta, à la Boldini, del tardo Ottocento italiano. A dirlo sono tanto la spontaneità narrativa stesa a luminose campate melodiche quanto l'acuta sapienza di uno sguardo (le cromie) e di un respiro (il fraseggio) pronti a cogliere ogni minima trascolorazione, fedeli cartine tornasole di un orizzonte avvolgente quanto umorale. D'altronde il gioco è insieme arduo e periglioso: svelare e (ri)velare - nel giro di compasso di pagine tradizionalmente vissute all'ombra delle più altisonanti arie e cabalette - l'intrinseca genialità dell'autore, il passo inconfondibile dell'uomo di teatro che si diverte ad uscire dai consueti sentieri, propri e nazionali.

L'aristocratico nitore della musica da camera, il suo intrinseco-intimismo e al tempo la sua rappresa, sinestetica capacità di evoca-re, distillandolo, l'universo e il suo mistero. In occasione di questo viaggio sterrato rispetto alle consuete direttrici, i due titani per anto-nomasia Verdi e Puccini si lasciano percorre-re anche in controluce. Nella lente scorciata delle loro appartate gemme cameristiche - quell'unico Quartetto in Mi minore del genio bussetano, concepito quasi ad ingannare l'ozio dell'attesa partenopea tra una prova e l'altra di e quelle pagine sparse del giovane lucchese, esercizi di stile già gravidi di luminose ascendenze - Marco Fiorini e i suoi si muovono con sapiente complicità, stanando in que-gli intrecci a strette maglie gli enigmi di una sostanza musicale che seduce senza mai lasciarsi interamente catturare. Dal grandioso melodramma, dalla scena dove tutto è artifi-cio e maschera, all'intimismo di quattro strumenti sorpresi a conversare amabilmente. Il tuffo è abissale. Occorrono allora armi diver-se, in primis archetti affilati e duttili a tradurre la leggerezza sgranata e mercuriale del Quar-tetto, che Verdi vuole "netto e chiaro" anche là dove — come nella Fuga conclusiva — il con-trappunto si fa articolato; solo a tela dipanata è infatti possibile percepire, di questa partitu-ra tutt'altro che estemporanea, i carsici ritor-ni delle cellule motiviche e ritmiche, la circo-larità di una forma insieme geometrica e flui-da. Una qualità che i quattro strumentisti san-no ogni volta adattare all'umore della pagina e del suo sotteso humus ispirativo; dalla peren-toria virilità dei movimenti estremi, delineati con segno fermo e incisivo, si staccano i due centrali, l'uno seduttivo e l'altro squisitamente "italico" nella sua ariosa inclinazione al canto. E a ricomporre il primo piano con il con-testo di questo affascinante paesaggio che sembra uscito da una tela di Boldini, alcune pagine giovanili pucciniane, figlie degli esaltan-ti anni di formazione al Conservatorio di Mi-lano e già presaghe del clima decadente e sapi-do che sarà di lì a poco nelle vene di "Manon Lescaut". Sono le tre Fughe del biennio 1882/1883 e i tre Minuetti dell'anno successi-vo. Sotto la pelle di una manierata facilità in-ventiva attinta alla fonte dei sommi riferimenti — Bach su tutti, ma anche l'apollinea levigatezza di matrice viennese — affiorano già in nuce i fremiti e le screziature del Puccini più fecon-do, il suo gusto per una fragranza armonica tutta italiana su cui spesso spinge l'intreccio degli strumenti ad indugiare. Verdi quartetti-sta controverso verso il proprio "figlio mino-re", Puccini quartettista mancato che, all'ombra dei successi mondiali fatti di ineluttabili passioni e di dolore, dissemina qua e là fram-menti e movimenti di un possibile unicum in realtà mai completato. È il caso dei due frammenti — un Allegro Moderato e uno Scherzo - che chiudono l'ascolto regalando il valore aggiunto di un prezioso recupero esecutivo. Ben più frequentato e già permeato di una matura consapevolezza espressiva è invece l'aulico Crisantemi, definito dall'autore "breve improvviso" composto nel 1890 a seguito della morte prematura di Amedeo di Savoia, nella cui interpretazione il Quartetto di Roma sembra trovare sulla cordiera gli accenti più malinconici e san-guigni di un Ottocento al crepuscolo.

Elide Bergamaschi

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